POLITICA & PALAZZI
LE REGOLE DEL GIOCO
Legge elettorale, Meloni accelera: testo base prima del referendum
07:00 Domenica 15 Febbraio 2026
Premio al 40%, soglia al 3% e abolizione dei collegi uninominali. La trattativa tra i due schieramenti è avviata, il centrodestra brucia i tempi per scongiurare la "non vittoria" nel 2027. Frenata sulla riforma dell'elezione dei sindaci senza ballottaggi
Dietro le quinte della coalizione di governo il dossier legge elettorale è tornato in cima alla pila. Fino a poche settimane fa la linea prevalente era attendista: prima il referendum sulla riforma della giustizia, poi – eventualmente – il cantiere per mandare in pensione il Rosatellum. Oggi, invece, l'aria è cambiata. Nella maggioranza si parla apertamente di sprint, con l'obiettivo di chiudere il testo prima della consultazione referendaria.
I contatti si sono fatti più intensi, anche con quell'"altra metà campo" pronta a salire sulle barricate al grido di "giù le mani dalle regole del gioco". Ma, al netto delle schermaglie pubbliche, gli abboccamenti esistono. E la convinzione che filtra è semplice: se il testo è quasi pronto, tanto vale non tirarla per le lunghe.
La partita è apertissima
A spingere sull'acceleratore è soprattutto Fratelli d'Italia. Al termine della direzione nazionale di ieri a Roma Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione, ha messo i puntini sulle i: «La partita per le prossime elezioni politiche è apertissima». E ancora: nella Seconda Repubblica non è mai accaduto che chi usciva dal governo vincesse le elezioni. Ovvero, niente è scontato.
La linea di FdI è chiara: riforma per garantire stabilità a chi vince. Non per blindare Palazzo Chigi, ma – è la narrazione meloniana – per assicurare al Paese la stessa solidità che oggi rivendica la maggioranza. E quando gli chiedono se il tema vada affrontato dopo il referendum, Donzelli taglia corto: «Non vedo collegate le due cose». A buon intenditor poche parole.
Tajani e il proporzionale dei territori
Più sfumata la posizione di Antonio Tajani. Il vicepremier e segretario di Forza Italia, a margine delle celebrazioni per il Giorno del Ricordo a Montecitorio, ha confermato che «stiamo lavorando» e che una quadra andrà trovata anche con l'opposizione. Ma ribadisce la sua storica predilezione: proporzionale puro, per garantire rappresentatività ai territori.
Dietro le formule, però, c'è un equilibrio delicato. Perché Forza Italia e Lega, forti di radicamenti locali solidi, con i collegi uninominali del Rosatellum hanno storicamente raccolto più di quanto direbbero le percentuali nazionali. Togliere il maggioritario significa cambiare la mappa del potere interno alla coalizione.
Sondaggi, referendum e timori
A meno di due anni dalla scadenza naturale della legislatura (2027), il clima è da pre-campagna. I sondaggi 2025 raccontano di un centrodestra attorno al 48% e di un "campo largo" al 45%. Giorgia Meloni guida un partito stimato intorno al 30%, con il Pd al 22%. Margini stretti, partita aperta.
In questo contesto pesano anche i numeri sul referendum, sventolati dai comitati del no. Nella maggioranza qualcuno teme l'effetto politicizzazione: l'accusa di "Meloni pigliatutto", intenta a ridisegnare le regole mentre chiede un sì sulla giustizia. Timori che però sembrano ridimensionati: «L'importante è portarla a casa», è il mantra che circola nei capannelli parlamentari.
L'ostacolo Vannacci
Poi c'è il convitato di pietra: Roberto Vannacci. Il suo nuovo partito, Futuro Nazionale, viene stimato attorno al 3%. Pochi punti che, nel sistema dei collegi uninominali del Rosatellum, possono fare la differenza. In molti ricordano il 1996: la Fiamma Tricolore di Pino Rauti restò fuori dal Parlamento ma sottrasse voti decisivi al centrodestra nei collegi, contribuendo alla sconfitta.
Il timore non è solo aritmetico. L'uscita del generale dalla Lega rischia di innescare nuove tensioni nel Carroccio, con possibili ricadute sulla convivenza già tormentata con Forza Italia. Da qui la tentazione di archiviare i collegi (il 37% dei seggi) e passare a un proporzionale con premio, meno esposto a scossoni laterali.
Come sarà la nuova legge
Lo schema su cui si lavora è ormai noto: sistema proporzionale, soglia di sbarramento al 3% (non al 4%, per evitare di alimentare la narrativa vittimista di Vannacci e di spingere Carlo Calenda nel campo largo) e premio di maggioranza del 55% dei seggi alla coalizione che superi il 40% – o forse il 42% – dei voti.
Nodo delicato: il nome del premier sulla scheda. La soluzione che prende quota è il "piano B": obbligo di indicare il capo della coalizione al momento del deposito del programma, evitando frizioni con il Quirinale. Una scelta che costringerebbe anche il campo largo a sciogliere l'enigma della leadership.
Il testo potrebbe arrivare al sì di almeno una Camera prima dell'estate, forse con voto di fiducia per neutralizzare franchi tiratori. Il termine tecnico-politico è settembre 2026, anche alla luce dei rilievi sollevati in sede europea sul principio di stabilità delle regole.
Il doppio binario: Comuni sì, ma non ora
Curiosamente, mentre si accelera sulle politiche, si frena sulla riforma dei sindaci. La legge che riduce i ballottaggi nei Comuni sopra i 15mila abitanti – abbassando la soglia dal 50% al 40% e mantenendo il premio di maggioranza al 60% – è pronta per l'Aula del Senato, con relatore il presidente della commissione Affari costituzionali Alberto Balboni.
Ma in Capigruppo, con un ruolo decisivo del presidente del Senato Ignazio La Russa, è passata la proposta di rinviare al 14 aprile. Troppo a ridosso delle comunali di primavera, troppo esposto alle accuse di autoritarismo in piena campagna referendaria. Una mano tesa alle opposizioni – e in particolare al Pd – che potrebbe tornare utile nel negoziato sulla madre di tutte le riforme: la legge elettorale per il Parlamento.
Questione di opportunità
In Italia non esiste un divieto formale di cambiare le regole a ridosso del voto. Ma la soft law europea invita a farlo con congruo anticipo. E soprattutto incombe la domanda politica: si possono modificare le regole del gioco a partita in corso?
Nel centrodestra la risposta è pragmatica: meglio farlo ora, con due anni davanti, che rischiare una "non vittoria" domani. Perché se la partita è apertissima, come ripete Donzelli, allora conviene scrivere per tempo le regole del match. L'importante, ripetono in coro, è fare presto.