Fuggiti dall'inferno di Mitiga, le due vite dietro il ricorso contro l'Italia
La ricerca di salvezza in Europa, le vittime di Almasri chiedono giustizia
(ANSA) - STRASBURGO, 29 MAG - Dietro i ricorsi contro
l'Italia alla Corte europea dei diritti dell'uomo per la mancata
consegna di Osama Almasri Njeem emergono due vite, custodite
dall'anonimato, che attraversano alcuni dei luoghi più bui e
violenti della Libia degli ultimi anni. La prima ricorrente è
una donna ivoriana, nata l'1 gennaio 1996. La sua storia
comincia con ferite che risalgono già all'infanzia, sottoposta
già a quattro anni a mutilazioni genitali. Poi gli abusi
sessuali del padre adottivo. Ancora minorenne decide di fuggire,
ritrovandosi però ad affrontare un nuovo calvario nel carcere di
Mitiga. Lì racconta di aver subito torture, violenze sessuali e
maltrattamenti, indicando tra i suoi aguzzini anche Almasri,
all'epoca direttore del centro di detenzione e comandante della
polizia paramilitare libica. Quando sbarca in Italia, il 16
aprile 2017, porta con sé le cicatrici. Nel gennaio 2020 il
tribunale di Catania le riconosce la protezione internazionale,
giudicando credibile il suo racconto delle violenze e trovandone
conferma nella documentazione medica acquisita agli atti. Nel ricorso a Strasburgo, la donna sostiene che il mancato
arresto di Almasri e il successivo stop della Camera all'azione
nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e
del sottosegretario Alfredo Mantovano abbiano negato un accesso
effettivo alla giustizia. Una decisione che, a suo avviso,
rischia di lasciare nell'ombra le responsabilità legate alle
violenze denunciate e a possibili violazioni di alcuni dei
diritti più fondamentali, dal divieto di tortura alla protezione
della vita e della dignità della persona. Il secondo ricorrente è un cittadino sudanese arrivato in
Libia nel 2018. Racconta di essere stato rinchiuso nel centro di
Al-Jadida, allora sotto il controllo di Almasri, dove avrebbe
subito torture e maltrattamenti. Due anni dopo sarebbe stato
trasferito con la forza a Mitiga per essere impiegato in uno dei
gruppi armati legati all'ex capo della polizia libica. Qui
afferma di essere stato costretto ai lavori forzati, di aver
subito violenze e di aver assistito a torture e uccisioni di
altri detenuti. Fuggito nel giugno 2022, è riuscito a
raggiungere l'Italia, ottenendo lo status di rifugiato. Da
allora è diventato una delle voci più attive nel denunciare gli
abusi commessi nelle carceri libiche, fondando l'associazione
Refugees in Libya e testimoniando nel procedimento contro
Almasri alla Corte penale internazionale. Nel ricorso a
Strasburgo sostiene che la mancata esecuzione del mandato
d'arresto emesso dalla Cpi gli abbia sottratto la possibilità di
giustizia. (ANSA).
29/05/2026 12:57
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