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venerdì 29 maggio 2026

Fuggiti dall'inferno di Mitiga, le due vite dietro il ricorso contro l'Italia La ricerca di salvezza in Europa, le vittime di Almasri chiedono giustizia

 


Fuggiti dall'inferno di Mitiga, le due vite dietro il ricorso contro l'Italia

La ricerca di salvezza in Europa, le vittime di Almasri chiedono giustizia

   (ANSA) - STRASBURGO, 29 MAG - Dietro i ricorsi contro

l'Italia alla Corte europea dei diritti dell'uomo per la mancata

consegna di Osama Almasri Njeem emergono due vite, custodite

dall'anonimato, che attraversano alcuni dei luoghi più bui e

violenti della Libia degli ultimi anni. La prima ricorrente è

una donna ivoriana, nata l'1 gennaio 1996. La sua storia

comincia con ferite che risalgono già all'infanzia, sottoposta

già a quattro anni a mutilazioni genitali. Poi gli abusi

sessuali del padre adottivo. Ancora minorenne decide di fuggire,

ritrovandosi però ad affrontare un nuovo calvario nel carcere di

Mitiga. Lì racconta di aver subito torture, violenze sessuali e

maltrattamenti, indicando tra i suoi aguzzini anche Almasri,

all'epoca direttore del centro di detenzione e comandante della

polizia paramilitare libica. Quando sbarca in Italia, il 16

aprile 2017, porta con sé le cicatrici. Nel gennaio 2020 il

tribunale di Catania le riconosce la protezione internazionale,

giudicando credibile il suo racconto delle violenze e trovandone

conferma nella documentazione medica acquisita agli atti.    Nel ricorso a Strasburgo, la donna sostiene che il mancato

arresto di Almasri e il successivo stop della Camera all'azione

nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e

del sottosegretario Alfredo Mantovano abbiano negato un accesso

effettivo alla giustizia. Una decisione che, a suo avviso,

rischia di lasciare nell'ombra le responsabilità legate alle

violenze denunciate e a possibili violazioni di alcuni dei

diritti più fondamentali, dal divieto di tortura alla protezione

della vita e della dignità della persona.    Il secondo ricorrente è un cittadino sudanese arrivato in

Libia nel 2018. Racconta di essere stato rinchiuso nel centro di

Al-Jadida, allora sotto il controllo di Almasri, dove avrebbe

subito torture e maltrattamenti. Due anni dopo sarebbe stato

trasferito con la forza a Mitiga per essere impiegato in uno dei

gruppi armati legati all'ex capo della polizia libica. Qui

afferma di essere stato costretto ai lavori forzati, di aver

subito violenze e di aver assistito a torture e uccisioni di

altri detenuti. Fuggito nel giugno 2022, è riuscito a

raggiungere l'Italia, ottenendo lo status di rifugiato. Da

allora è diventato una delle voci più attive nel denunciare gli

abusi commessi nelle carceri libiche, fondando l'associazione

Refugees in Libya e testimoniando nel procedimento contro

Almasri alla Corte penale internazionale. Nel ricorso a

Strasburgo sostiene che la mancata esecuzione del mandato

d'arresto emesso dalla Cpi gli abbia sottratto la possibilità di

giustizia. (ANSA).

29/05/2026 12:57

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