È colpa dello stato sociale: come il capitale ha riscritto la coscienza delle masse
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“È COLPA DELLO STATO SOCIALE”: COME IL CAPITALE HA RISCRITTO LA COSCIENZA DELLE MASSE
Di Manuel Venator
INTRODUZIONE, IL PARADOSSO DEL'INGANNO
Nel
cuore della crisi neoliberista, il più grande successo del capitale non
è stato solo lo smantellamento dello Stato sociale, ma aver convinto le
sue vittime a desiderarlo.
Non
è stato sufficiente tagliare pensioni, distruggere contratti,
precarizzare vite: si è reso necessario riscrivere la percezione del
mondo, trasformando i diritti in privilegi, la solidarietà in
parassitismo, la spesa pubblica in colpa.
Oggi
milioni di persone, soprattutto giovani e precari, non sognano più
l’estensione dei diritti sociali, ma il loro contenimento. Credono che
le pensioni “troppo generose”, i congedi parentali, la sanità gratuita,
le ferie pagate siano il peso morto che affonda le finanze pubbliche.
Credono che chi ha un contratto stabile sia un privilegiato, quando non
addirittura un ladro.
Ma chi ha costruito questa narrazione? E a che scopo?
1) La grande inversione: da conquista collettiva a colpa individuale.
Nel
secondo dopoguerra, l’Europa conobbe una stagione di ricostruzione e
giustizia sociale. Lo Stato sociale — con i suoi pilastri: istruzione
pubblica, sanità universale, previdenza — era il compromesso fra
capitale e lavoro che impediva il ritorno della barbarie. Quelle
conquiste nacquero dalla lotta di classe e furono pagate con decenni di
sacrifici.
Eppure, a
partire dagli anni Ottanta, tutto è cambiato. Il neoliberismo — prima
con Reagan e Thatcher, poi con Clinton, Blair e i loro cloni europei —
ha capovolto il lessico politico. La spesa pubblica è diventata
“inefficienza”, la solidarietà “spreco”, il diritto “assistenza”. Il
problema, da sistemico, è diventato morale: non più lotta tra classi, ma
tra “produttivi” e “improduttivi”.
Il
welfare è stato descritto come una macchina che premia la pigrizia e
disincentiva l’impegno. Non un sistema di protezione, ma un alibi per i
falliti. Così, nel cuore dell’ideologia neoliberista, l’indigenza non è
più il frutto di un’ingiustizia, ma di un fallimento personale. E chi
riceve un aiuto pubblico diventa automaticamente sospetto.
*
2) Il colpo di grazia: il neoliberismo interiorizzato.
Ma
il vero trionfo del capitale è stato l’introiezione di questa ideologia
da parte dei subalterni. Oggi, in molte piazze d’Europa, non è raro
vedere precari che chiedono “meno tasse”, “più merito”, “meno
privilegi”. Non sanno che stanno tagliando il ramo su cui potrebbero
sedere.
Il capitale è
riuscito a creare una soggettività compatibile con la sua logica: un
individuo isolato, competitivo, rancoroso, pronto a odiare chiunque goda
di una protezione sociale che a lui è stata negata. L’odio non è più
verso il padrone, ma verso l’insegnante “fannullone”, l’infermiere
“assenteista”, il pensionato “privilegiato”. Non si sogna più un mondo
in cui tutti abbiano tutele: si sogna che nessuno le abbia.
Così,
nella nuova ideologia, il lavoro stabile non è un obiettivo da
estendere, ma un privilegio da abbattere. Chi ha un contratto decente è
visto come un usurpatore. Chi gode di ferie pagate è un peso. E chi
chiede sanità pubblica è “assistenzialista”.
3) IL RUOLO DEI MEDIA E DEI THINK TANK, LA COSTRUZIONE DEL SENSO COMUNE NEOLIBERALE.
Questo
rovesciamento culturale non è avvenuto per caso. È stato programmato,
finanziato, costruito con meticolosità. I think tank neoliberisti, a
partire dalla Mont Pèlerin Society di Hayek e Friedman, hanno lavorato
per decenni alla produzione di un nuovo senso comune.
I
media mainstream hanno fatto il resto: ogni telegiornale, ogni talk
show, ogni articolo che denuncia l’insegnante assenteista o il “furbetto
del cartellino” serve a consolidare il pregiudizio che il pubblico sia
inefficiente, costoso, ingiusto. La narrazione dominante mostra il
welfare come una zavorra che affonda lo Stato, mai come un’àncora che
salva la società.
Nel
frattempo, si tace sul vero costo della finanza speculativa,
dell’evasione fiscale sistemica, delle grandi rendite parassitarie. Si
tace sul fatto che lo smantellamento del welfare sia servito a
finanziare i salvataggi delle banche, non le mense per i poveri.
4) Le conseguenze: un popolo diviso, un capitale indisturbato.
Il
risultato di questa operazione culturale è una società frammentata,
rancorosa, divisa, dove i lavoratori si guardano in cagnesco, dove il
dipendente pubblico è visto come un nemico, il precario come uno
sfigato, il disoccupato come un colpevole.
Il
capitale, nel frattempo, osserva compiaciuto: più i lavoratori si
odiano, meno si organizzano. Più odiano chi ha un diritto, meno lottano
per estenderlo. Così l’erosione del welfare non trova resistenza, perché
la rabbia è stata deviata verso il basso, mai verso l’alto.
&
ROVESCIARE L'INGANNO
Lo
Stato sociale è morto nella coscienza di chi ne avrebbe bisogno. È
questa la vera vittoria del neoliberismo: non solo impoverire i corpi,
ma addestrare le menti.
Ricostruire
una coscienza sociale richiede una battaglia culturale. Bisogna
smascherare l’inganno, rompere la narrazione tossica che ha fatto del
pubblico un bersaglio e del privato una religione. Non è lo Stato
sociale che ha ucciso l’economia: è il capitalismo predatorio che ha
ucciso lo Stato sociale.
Ed è ora di dirlo ad alta voce, prima che sia troppo tardi.

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