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martedรฌ 20 gennaio 2026

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Domani, 15 gennaio, dalle 15 alle 18, a Roma (Largo Elvezia) si terrร  un presidio statico, pacifico e nonviolento davanti all'Ambasciata svizzera. Non una manifestazione di massa, ma un'iniziativa politicamente mirata, notificata alle autoritร  e concepita come atto pubblico di denuncia contro l'uso delle sanzioni dell'Unione Europea come strumento di controllo politico e intimidazione del dissenso.  L'iniziativa รจ promossa e assunta pubblicamente da Davide Tutino, che ne rivendica la paternitร  politica e la responsabilitร  personale, nel solco della disobbedienza civile nonviolenta.

Il presidio nasce per esprimere solidarietร  a Jacques Baud, Nathalie Yamb e Hรผseyn DoฤŸru, cittadini europei colpiti da misure restrittive che, al di lร  della retorica ufficiale, producono effetti concreti di esclusione economica, isolamento sociale e delegittimazione pubblica. Una morte civile inflitta non per reati accertati, ma per opinioni espresse, analisi formulate, posizioni politiche assunte.

L'iniziativa non si limita alla testimonianza simbolica. Il promotore ha annunciato che nel corso del presidio compirร  un atto di disobbedienza civile nonviolenta, apertamente dichiarato e assumendosene ogni responsabilitร : la violazione consapevole delle sanzioni, attraverso un gesto di sostegno materiale a una delle persone colpite. Un atto compiuto "alla luce del sole", senza ambiguitร  nรฉ sotterfugi, accompagnato dalla richiesta esplicita di essere perseguito penalmente.

รˆ qui che il caso individuale si trasforma in questione politica generale. Se la violazione delle sanzioni puรฒ comportare anni di carcere, la domanda non รจ giuridica ma democratica: puรฒ uno spazio politico definirsi libero quando punisce il dissenso come se fosse un crimine? E soprattutto: chi decide oggi, in Europa, quali idee siano legittime e quali invece meritevoli di sanzione?

Negli ultimi anni le sanzioni sono state progressivamente normalizzate come strumento "tecnico", neutro, quasi amministrativo. In realtร  esse funzionano sempre piรน come misure eccezionali permanenti, applicate non solo a Stati o apparati di potere, ma a singoli cittadini. Senza dibattito pubblico, senza reale contraddittorio, senza garanzie proporzionate.

Il presidio di domani non chiede indulgenza nรฉ immunitร . Chiede qualcosa di piรน radicale e, per questo, piรน scomodo: una riflessione collettiva sul confine oltre il quale la legalitร  formale smette di coincidere con la giustizia. La disobbedienza civile, in questa cornice, non รจ una provocazione ma uno strumento politico classico, usato quando l'ordinamento tradisce i principi che afferma di difendere.

A Largo Elvezia non andrร  in scena uno spettacolo, ma una domanda rivolta alle istituzioni europee e, prima ancora, all'opinione pubblica: che cosa resta della libertร  di espressione quando diventa sanzionabile per decreto?

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