Agente penitenziario morto per fumo passivo, Ministero
condannato Alla famiglia della vittima riconosciuto risarcimento danni da circa
un milione di euro (ANSA) - LECCE, 21 GEN - La seconda sezione civile della
Corte di Appello di Lecce ha rigettato l'appello del Ministero della Giustizia,
confermando la condanna a risarcire con quasi un milione di euro la famiglia di
xx, agente della polizia penitenziaria morto a 44 anni nel 2011, a causa di un
tumore ai polmoni provocato dal fumo passivo. I giudici hanno riconosciuto il
danno patrimoniale pari a più di 647mila euro e "il danno da perdita del
rapporto parentale", quantificato in 294mila euro, calcolato sulla base
dell'età della vittima e della presenza di tre figli, che all'epoca della morte
del poliziotto erano minorenni. La consulenza tecnica disposta nell'ambito del
procedimento ha stabilito che la vittima, che aveva prestato servizio nei
penitenziari di Milano, di Taranto e infine, dal 1997 al decesso, di Lecce,
"è stata esposta al fumo passivo per 20 anni e privata di protezione dal
suo datore di lavoro". Nell'aprile 2011 venne diagnostico all'agente un tumore
al polmone, rapidamente evoluto in metastasi, che lo portò alla morte nel
luglio dello stesso anno. xxx, è stato accertato, "non aveva mai fumato,
ma ha frequentato quotidianamente luoghi di lavoro esposti al fumo passivo e
privi di sistemi di prevenzione e contrasto alla diffusione dello stesso".
Di qui, il "nesso causale tra il fumo di sigaretta passivo cui fu esposto xxxx
e il tumore polmonare col successivo decesso". I giudici evidenziano che
"l'amministrazione penitenziaria era tenuta ad adottare tutte le misure
necessarie per impedire l'esposizione dei propri dipendenti a fumo passivo.
L'omessa predisposizione di tali cautele - si legge nella sentenza - integra
una violazione del dovere di diligenza e prudenza che incombe sul datore di
lavoro pubblico nella tutela della salute del personale". "Il fumo
passivo rilasciato dalle sigarette dei detenuti continua ad avvelenare
quotidianamente decine di migliaia di operatori penitenziari, oltre ai detenuti
non fumatori", commenta xxxxx, segretario del Sappe, il sindacato di
polizia penitenziaria che ha supportato i familiari della vittima. "La
sentenza, la prima in Italia e in Europa, - conclude - ha segnato uno
spartiacque da cui non si poteva più tornare indietro". (ANSA).
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