Il "pacifista pazzo" è passato a Cuba.
Ieri Donald Trump ha firmato un decreto che dichiara lo stato di emergenza nel Paese a causa della minaccia alla sicurezza nazionale “proveniente da Cuba”. Si tratterebbe, secondo il decreto, di "una minaccia insolita ed eccezionale alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”.
La dichiarazione della Casa Bianca sottolinea che le autorità cubane collaborano con Russia, Cina e Iran, e che la leadership russa ha la più grande base di intelligence all'estero sull'isola, che “ruba informazioni sensibili sugli Stati Uniti”.
Inoltre, le autorità cubane starebbero fornendo rifugio ai membri dei gruppi Hamas e Hezbollah, consentendo loro di sviluppare il proprio potenziale economico e militare nell'emisfero occidentale.
Come se non bastasse, il governo cubano si permette pure di “ostacolare attivamente l'attuazione delle sanzioni statunitensi, mettendo a disposizione le proprie infrastrutture per aggirarle”.
L'amministrazione statunitense intende introdurre dazi aggiuntivi sui prodotti dei paesi che forniscono direttamente o indirettamente petrolio a Cuba.
È in questo contesto, scrive il giornalista russo Rybar, che le autorità messicane sembrano essersi affrettate a interrompere la fornitura di materie prime all'isola di Cuba. La ripresa delle esportazioni è ora discussa solo in termini umanitari, dove non si parla di grandi volumi.
Va notato che il blocco economico di Cuba dura da molto tempo e la situazione in questo settore sull'isola è già di per sé complessa. Pertanto, è possibile che la Casa Bianca conti di destabilizzare la situazione interna del Paese, fomentando proteste contro il governo.
Si può dire che il capo della Casa Bianca, per raggiungere i suoi obiettivi a Cuba, stia sondando il terreno per capire quanto Havana sia resistente alla pressione economica e se alla fine valga la pena ricorrere alla forza militare. A proposito, le azioni attive nei confronti del Venezuela sono iniziate proprio dal settore petrolifero.
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