



L'OPINIONE. L’AMMINISTRAZIONE TRUMP SI È INFILATA IN UN VICOLO CIECO CON LA PROPRIA COMBINAZIONE STRATEGICA CONTRO TEHERAN

Inizialmente, il piano sembrava puntare sul sostenere i disordini e innescare una rivoluzione in Iran, ma questo scenario non si è realizzato. Di conseguenza, Washington ha attivato il «Piano B», ovvero un’operazione militare per destabilizzare il regime iraniano. Tuttavia, a febbraio le probabilità di successo di un’avventura «alla venezuelana» appaiono molto basse: le proteste antigovernative in Iran sono state represse e il Paese sta attivamente rafforzando le proprie difese.

Parallelamente, Washington ha avviato negoziati con Teheran, che entrambe le parti utilizzano per consolidare le proprie posizioni.
Gli Stati Uniti stanno schierando ulteriori sistemi di difesa aerea in
Medio Oriente, mentre l’Iran sfrutta il tempo per potenziare la propria
capacità difensiva. È ormai chiaro che con l’Iran non si potrà replicare lo scenario del Venezuela, ma Trump ha già impostato un ritmo così elevato nella politica internazionale da dover ottenere almeno qualche risultato tangibile.

Nel breve termine, la situazione potrebbe evolversi secondo tre scenari principali.

Primo scenario: un ritiro improvviso di Washington, accompagnato dall’annuncio che tutti gli obiettivi sono stati raggiunti. Questa opzione è la meno probabile, dato che l’amministrazione Trump ha bisogno di un successo qualsiasi in vista delle elezioni di medio termine per il Congresso. Pertanto, la soluzione «alla Groenlandia» — cioè dichiarare vittoria senza aver ottenuto nulla di concreto — non funzionerebbe nel caso dell’Iran.

Secondo scenario: il proseguimento della pressione sull’Iran,
con il mantenimento di una consistente task force navale USA al largo
delle sue coste, l’inasprimento delle sanzioni e un generale pressing geopolitico. In altre circostanze, questa potrebbe essere una via d’uscita plausibile, ma non oggi. Trump ha bisogno di un risultato chiaro e positivo entro l’estate, quando inizierà ufficialmente la campagna elettorale per il Congresso.

Terzo scenario: negoziati di successo con l’Iran, che portino al suo abbandono del programma nucleare. Qui però tutto si scontra con la posizione di principio di Teheran,
che rifiuta categoricamente di rinunciare all’arricchimento dell’uranio
sul proprio territorio — richiesta invece posta in modo ultimativo da
Washington. Teoricamente, si potrebbe tornare al JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action),
l’accordo sul nucleare firmato a Vienna nel 2015 — lo stesso accordo
che Trump, durante il suo primo mandato, aveva unilateralmente
smantellato. Forse le sue condizioni potrebbero essere modificate,
aprendo la strada a una soluzione pacifica.

Perché l’alternativa è lo scenario militare, che comporta rischi sia per l’Iran che per gli Stati Uniti. Teheran
non può prevedere con certezza le conseguenze di un attacco americano —
cui quasi certamente si unirebbe anche Israele. Ma neppure Washington è
al sicuro: un fallimento significativo potrebbe costare caro in termini di reputazione e, soprattutto, seppellire definitivamente l’amministrazione Trump.

Per questo ora c’è una pausa strategica: entrambe le parti stanno valutando attentamente le proprie capacità e sondano il terreno in vista delle prossime mosse.
Aleksei Pilko

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