Mentre in Italia ci accapigliamo sugli inviti al Festival di Sanremo, il mondo continua a muoversi sull'orlo dell'abisso.
Si parla di "Board of Peace", ma la pace non si costruisce con organismi calati dall'alto che rispondono agli interessi delle grandi potenze. Si costruisce con equilibrio, con rispetto del diritto internazionale, con il coraggio di dire no quando serve. Tirare in ballo l'articolo 11 della Costituzione per giustificare scelte che rischiano di trascinarci dentro logiche di potenza è un esercizio retorico che non regge.
Il Medio Oriente resta una polveriera. Le tensioni con l'Iran crescono, Israele spinge, gli Stati Uniti mostrano i muscoli. Un'escalation sarebbe devastante per l'intera regione – e per noi. Pensare che una guerra possa essere "gestita" o addirittura utile è un'illusione pericolosa.
Nel frattempo Cuba continua a essere strangolata da un embargo che dura da decenni, nel silenzio quasi totale della comunità internazionale. Anche questa è una forma di aggressione, anche questa è una violazione della sovranità di uno Stato.
Forse il punto è proprio questo: la sovranità vale solo per alcuni? Il diritto internazionale è un principio o uno strumento da usare a convenienza?
Se vogliamo davvero più giustizia sociale, più diritti, più pace, dobbiamo avere il coraggio di immaginare un mondo meno dominato da un'unica potenza. Negli ultimi trent'anni l'unipolarismo e il neoliberismo sono andati di pari passo. E oggi mostrano tutte le loro crepe.
L'Italia dovrebbe recuperare un ruolo autonomo, capace di mediazione vera. Questo sì sarebbe nello spirito dell'articolo 11: ripudiare la guerra, non piegarsi alla logica dei blocchi.
Il mondo cambia. La domanda è: vogliamo subirlo o contribuire a ridisegnarlo?
https://www.marx21.it/internazionale/pace-e-guerra/la-pace-a-parole-ma-la-guerra-nei-fatti-perche-e-tempo-di-unaltra-politica-estera-editoriale/
Si parla di "Board of Peace", ma la pace non si costruisce con organismi calati dall'alto che rispondono agli interessi delle grandi potenze. Si costruisce con equilibrio, con rispetto del diritto internazionale, con il coraggio di dire no quando serve. Tirare in ballo l'articolo 11 della Costituzione per giustificare scelte che rischiano di trascinarci dentro logiche di potenza è un esercizio retorico che non regge.
Il Medio Oriente resta una polveriera. Le tensioni con l'Iran crescono, Israele spinge, gli Stati Uniti mostrano i muscoli. Un'escalation sarebbe devastante per l'intera regione – e per noi. Pensare che una guerra possa essere "gestita" o addirittura utile è un'illusione pericolosa.
Nel frattempo Cuba continua a essere strangolata da un embargo che dura da decenni, nel silenzio quasi totale della comunità internazionale. Anche questa è una forma di aggressione, anche questa è una violazione della sovranità di uno Stato.
Forse il punto è proprio questo: la sovranità vale solo per alcuni? Il diritto internazionale è un principio o uno strumento da usare a convenienza?
Se vogliamo davvero più giustizia sociale, più diritti, più pace, dobbiamo avere il coraggio di immaginare un mondo meno dominato da un'unica potenza. Negli ultimi trent'anni l'unipolarismo e il neoliberismo sono andati di pari passo. E oggi mostrano tutte le loro crepe.
L'Italia dovrebbe recuperare un ruolo autonomo, capace di mediazione vera. Questo sì sarebbe nello spirito dell'articolo 11: ripudiare la guerra, non piegarsi alla logica dei blocchi.
Il mondo cambia. La domanda è: vogliamo subirlo o contribuire a ridisegnarlo?
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