Oggi, il segretario alla Difesa (anzi, alla Guerra) Pete Hegseth ha chiesto le dimissioni, rispettivamente:
del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, Generale Randy George,
del Generale David Hodne, a capo del Comando per la Trasformazione e l'Addestramento dell'Esercito,
e del Maggiore Generale William Green, capo del Corpo dei Cappellani dell'Esercito.
Le
ipotesi per questa decisione sono sostanzialmente due, una rivolta al
passato e una al futuro: o l’amministrazione Trump cerca dei capri
espiatori per giustificare il fallimento dell’operazione iraniana finora
(ma in tal caso alla rimozione dovrebbe seguire una campagna di
accuse), oppure si stanno rimuovendo i generali che dissentono rispetto
alla linea che l’amministrazione intende prendere nei prossimi giorni.
Considerando
che l’arrivo delle ultima forze americane da sbarco, destinate al Golfo
Persico, è previsto tra una settimana, le possibilità che questo
licenziamento sia l’anticamera di un’operazione di terra sono elevate.
Rimane
l’enigma di cosa spinga il governo americano a tentare un’avventura
così rischiosa, e potenzialmente catastrofica. Ma credo che la risposta,
come sempre più spesso accade, non risieda in ragioni pubbliche o
pubblicamente intelligibili.
Per capire cosa sta succedendo
bisogna, io credo, combinare l’odierno triplice allontanamento dei
vertici militari con un secondo fatto, apparentemente irrazionale. È
stato spesso osservato come i ripetuti assassini mirati – portati avanti
sempre dall’IDF – abbiano lasciato in circolazione pochissime figure di
mediazione. Sui giornali si è ironizzato, come se fosse un errore,
dicendo che questa strategia aveva tolto di mezzo tutti i soggetti
disponibili a trattare, bloccando in partenza ogni possibilità di
mediazione.
Che questo sia avvenuto, è certo; che questo sia stato una svista, non lo credo affatto.
Il
punto è che, mentre sin dall’inizio gli USA avevano ben modeste ragioni
per andare a stuzzicare l’Iran, questa guerra è stata voluta e continua
ad essere voluta da Israele come scontro terminale, come resa dei conti
definitiva con l’unico avversario regionale degno di nota.
Tutti gli
stati arabi dell’area sono in una condizione di umiliante vassallaggio.
La frase di Trump sul sovrano saudita Bin Salman costretto a “baciargli
il culo” non credo che lasci molti margini di interpretazione, vista
anche la remissività con cui è stata portata a casa.
Trump partecipa
a questo processo non perché sia completamente ignaro delle sue gravi
implicazioni, anche per il proprio futuro politico, ma semplicemente
perché in qualche modo Israele lo tiene in pugno.
Quali siano le leve ricattatorie, possiamo solo immaginarlo, ma questo spiega bene quanto sta succedendo.
Israele sta mandando avanti i marines e paracadutisti americani per fare quello che non sarebbe mai in grado di fare da solo.
Anche
qui funziona quel meccanismo oggi molto in voga per cui una guerra si
continua serenamente, anche se apparentemente irrazionale, purché a
morire siano “gli alleati”.
Lo spirito che abbiamo visto nella
decisione occidentale di “combattere fino all’ultimo ucraino” trova una
rinnovata versione nella propensione israeliana di “combattere fino
all’ultimo americano”.
https://t.me/andreazhok/807
Nessun commento:
Posta un commento