LA PORTA DELLE LACRIME SI STA PER CHIUDERE. E L'ABBIAMO VOLUTO NOI.
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Chiamatelo destino, chiamatelo karma geopolitico, chiamatelo semplicemente la conseguenza logica e inevitabile di anni di cecità, complicità e vigliaccheria. Lo Stretto di Bab el-Mandeb — la "Porta delle Lacrime", come lo chiamavano gli antichi navigatori arabi — si appresta a diventare il sigillo della nostra rovina economica. E noi, l'Occidente, lo abbiamo costruito mattone dopo mattone, missile dopo missile, silenzio dopo silenzio.
Gli Houthi dello Yemen hanno lanciato il loro primo missile balistico contro Israele dall'inizio di questa nuova guerra in Medio Oriente. Non è una mossa di facciata. È una dichiarazione strategica di portata storica. L'asse della resistenza si chiude come una morsa. E quella morsa stringe esattamente le jugulari dell'economia mondiale.
Un alto funzionario Houthi ha dichiarato apertamente: "La chiusura dello Stretto di Bab al-Mandab è tra le nostre opzioni. La resistenza yemenita è giunta alla conclusione che oggi è il momento di intervenire."
Capite cosa significa? Capite davvero?
Da Bab el-Mandeb transita circa il 12% dei movimenti marittimi globali, il 12% del petrolio via mare e l'8% del gas naturale liquefatto. Il corridoio Mar Rosso-Suez gestisce il 30% del traffico container mondiale e il 40% degli scambi tra Asia ed Europa. Non stiamo parlando di una rotta commerciale. Stiamo parlando del cuore pulsante del commercio globale.
E questo cuore sta per fermarsi.
Se Bab el-Mandeb si chiudesse in aggiunta allo Stretto di Hormuz, già sotto pressione, il collasso investirebbe l'intera economia mondiale a partire dai paesi del Mediterraneo, che si troverebbero senza gas russo, senza Hormuz e con Suez bloccato. L'unica alternativa sarebbe la circumnavigazione dell'Africa. Mesi di navigazione in più. Costi moltiplicati. Inflazione devastante. Scaffali vuoti. Bollette che nessuno potrà pagare.
L'Europa è molto più esposta al rischio di chiusura di Bab el-Mandeb rispetto a Hormuz: oltre la metà del greggio che transita dallo stretto ogni giorno è diretto al Vecchio Continente. Noi. Noi europei siamo il bersaglio primario. Noi che non abbiamo detto nulla quando gli americani per conto di Israele hanno aggredito l'Iran. Noi che abbiamo applaudito, o al massimo tossito imbarazzati, mentre si lanciavano le bombe.
La lezione degli ultimi due anni avrebbe dovuto bastare: prima della campagna Houthi nel Mar Rosso transitavano mediamente 72-75 navi al giorno a Bab el-Mandeb. Dopo gli attacchi, il traffico era precipitato a meno di 23 navi quotidiane. I volumi attraverso Suez erano ancora inferiori del 60% rispetto ai livelli pre-crisi. Quello era un avvertimento. Quella era la prova generale. Adesso, con Hormuz già in fiamme e gli Houthi che entrano ufficialmente in guerra, l'avvertimento diventa esecuzione.
E intanto a Washington c'è Donald Trump.
L'uomo che governa la prima potenza militare del mondo — l'uomo che ha trascinato l'Occidente in questa spirale di fuoco bombardando l'Iran per conto di Netanyahu — è lo stesso uomo che al suo 11° Consiglio dei Ministri, il 26 marzo 2026, ha raccontato per l'ennesima volta la storia della sua amicizia con il capo della Toyota. Ha descritto Akio Toyoda come un uomo "di circa 92 anni" che gli avrebbe promesso un investimento da 10 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Peccato che Toyoda, nato nel 1956, ne abbia 69. Peccato che la Toyota abbia smentito pubblicamente l'esistenza di quella promessa entro 24 ore dalla prima volta in cui Trump la raccontò, nell'ottobre 2025. A Davos, in gennaio, Trump aveva detto agli astanti che Toyoda possedeva il 92% della Toyota. Un analista giapponese ha fatto notare che Akio Toyoda possiede meno dell'1% delle azioni della società.
Non mente. Allucinare. C'è una differenza fondamentale. Come ha scritto la studiosa Claire Berlinski: la sua mente è un caleidoscopio di deliri vividi che deve credere per preservare la sua immagine grandiosa. Non sta mentendo. Ha le allucinazioni.
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