La "fede" diventa arroganza suprematista
"Tutte
le nazioni potenti del mondo devono inginocchiarsi davanti a noi, lo
faranno USA, Russia, Cina. Tutti si inginocchieranno, finché ci
sosterranno guadagneranno tempo"
Yom Tov Glaser, rabbino
sionista, ha il diritto di pronunciare queste parole. Ma il diritto alla
parola non rende moralmente innocua ogni parola pronunciata.
Affermare
che "USA, Russia, Cina e le altre potenze mondiali dovranno
“inginocchiarsi” davanti a Israele non è una semplice professione di
fede, è una rappresentazione del potere come diritto alla sottomissione
altrui.
Sul piano etico, è un linguaggio inquietante: trasforma
gli altri popoli da interlocutori in sudditi e la superiorità in una
virtù.
Sul piano morale, è ancora più grave quando una simile pretesa viene rivestita di una giustificazione religiosa.
Perché la fede può dare senso alla propria esistenza; non può trasformarsi in patente di superiorità sugli altri esseri umani.
E
quando alla promessa di dominio si accompagna l'avvertimento che chi
oggi sostiene Israele pagherà caro, la retorica smette di essere
soltanto arrogante e assume il tono della minaccia.
Criticare
queste parole non significa attaccare un popolo o una religione:
significa rifiutare l'idea, universale e pericolosa, che qualcuno possa
arrogarsi il diritto di vedere dall'alto il resto dell'umanità in
ginocchio.
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